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Marin Sanuto

Passato, Presente, Fututro

Chi è Marin Sanuto o Sanudo detto il giovane?

Nobile, ma non ricco, nasce a Venezia il 22 maggio del 1466 dove muore il 4 aprile 1536. È stato il più grande cronista della Repubblica veneta. La sua è pura cronaca, dal latino chronica e dal greco krònos, cioè la narrazione, ordinata per tempo, dei fatti che si susseguono nel momento in cui accadono, senza dare di essi alcuna interpretazione critica né valutare ciò che questi accadimenti possano comportare. Il cronista racconta la verità, racconta ciò che vede non potendo prescindere che dai suoi occhi e dal contesto; non vi è quindi differenza, per un cronista, tra un fatto storicamente rilevante ed un fatto di vita quotidiana.

Le sue opere sono scritte in quello che lui chiama “sermon materno”, cioè in volgare o veneto antico, non nel latino dei dotti, ma nella lingua parlata che tutti comprendono:

“et l’ho fatta nel sermon materno acciò dotti et indotti la possino leggere et intendere”

Nel 1483, all’età di diciassette anni, scrive Itinerarium Marini Sanuti Leonardi filii patricii veneti cum syndicis Terre firme, la cronaca del viaggio compiuto al seguito degli Auditori nuovi alla sentenze, una Corte d’appello itinerante che ogni due anni, dal 1410, è partita da Venezia per verificare il comportamento degli amministratori locali, descrivendo minuziosamente i territori e la vita della Terraferma veneta in un diario che rimane manoscritto sino al 1847 quando Rawdon Brown, studioso scozzese, ne pubblica la trascrizione in poche decine di copie.

Itinerarium Marini Sanuti Leonardi filii patricii veneti cum syndicis Terre firme


Nella foto accanto Michele Steno, doge dal 1400 al 1413. Attorno al 1405 la Terraferma comprende gli attuali Veneto, gran parte del Friuli e l’Istria; poi, con la pace di Lodi nel 1454, doge Francesco Fo￾scari, si estende sino a Ravenna, Piacenza, Crema, Rovereto e Cividale. Tutto ciò avviene in forza di guerre, accordi od annessioni volontarie. Dopo aver conquistato o annesso Venezia sa che per poter intervenire sul territorio con grandi opere di bonifica, gestire lo sgrondo delle acque e favorire il commercio, ha bisogno di tranquillità socio politica, per questo regola con patti e codici tutti i potentati locali e le varie comunità oltre che, evidentemente, ben governare, almeno secondo i canoni del tempo. Comunque è necessità primaria far funzionare la giustizia. Gli Auditori alle Sentenze, istituiti durante il dogato di Andrea Dandolo (1343-1354) sono tre giudici, eletti per 16 mesi dal Gran Consiglio con funzione di Corte d’appello alle sentenze dei magistrati nei giudizi civili ed agiscono nel territorio di Venezia o Dogado. Nel 1410, doge Michele Steno (1400-1413), con le stesse funzioni per le nuove terre, sono istituiti gli Auditori nuovi o Sindaci di terraferma. Ogni due anni questi giudici, con Corte al seguito, vanno in tutte le Podestarie della Terraferma per controllare ed eventualmente sanzionare l’operato degli amministratori eletti, anch’essi dal Gran Consiglio, a governare il territorio.



Durante il “sindacato” tutto si svolge con le regole di un rigidissimo protocollo: i Sindaci devono osservare e rispettare le leggi e gli statuti delle città; i Rettori debbono ricevere i Sindaci due miglia fuori della città, fuorché quelli di Padova e Verona che devono essere ad attenderli alle porte, andando in città precedono i Rettori ma durante il giudizio i Sindaci devono occupare un luogo più alto dei Rettori. Di tutto ciò avremmo solo i verbali delle azioni giudiziarie se, il 15 aprile 1483 quando inizia, da Piazza san Marco, la trentaseiesima missione alla Corte degli Auditori Nuovi alle Sentenze non fosse aggregato Marin Sanuto, allora diciassettenne, cugino di Marco Sanuto, uno dei tre giudici, con Giorgio Pisani di Giovanni e Pietro Vitturi di Domenico. Marin è completamente estraneo all’ufficio giudicante, probabilmente viaggia spese della sua famiglia, con l’unico scopo, dichiarato, di raccogliere in un diario le impressioni e le descrizioni del territorio che per un veneziano, in quel momento storico, era tutto da scoprire. Di quest’opera giovanile del Sanuto abbiamo due stesure ambedue senza una data precisa e, naturalmente, in sermon materno: la prima scritta forse in viaggio, alla sera, con una penna d’oca, ha lo stile del classico diario «A dì 28, luni, nel qual zorno era il mercato, da poi disnar, a hore 19 vel zircha, montemo in barcha per Este. È mia 4, ma a cavallo 3.», è ritrovata nel 1881 in Biblioteca Nazionale Marciana, trascritta da Rinado Fulin e pubblicata in Archivio Veneto (a.12, 1881); la seconda stesura ordinata e sistemata, così come si conviene ad un’opera che debba essere pubblicata, scevra di date e di ore ma non per questo meno precisa nella descrizione, è stata ritrovata nel 1847 in Biblioteca Universitaria a Padova da Tommaso Gar, trascritta dallo scozzese Rawdon Brown e pubblicata dalla tipografia del Seminario di Padova, dopo 364 anni. Nella foto di seguito Andrea Dandolo, doge dal 1343 al 1354.

Alla morte del Sanuto, nel 1536, tutta la sua favolosa biblioteca ed i suoi manoscritti, ad eccezione dei Diarii, di proprietà della Repubblica, sono dispersi e si deve proprio alla passione prima del Brown poi del Fulin, aiutati dai bibliotecari Gar e Bettio, se fortunatamente e casualmente questi testi autografi sono ritrovati nel XIX secolo. Il viaggio parte da Venezia il 15 di aprile, all’inizio della buona stagione, per concludersi il 3 ottobre, dopo 171 giorni. Ad Oder￾zo il Sanuto scrive, forse in un momento di stanchezza, «mia seicento et sesantacinque sempre a cavallo; et per aqua mia 126», alla fine saranno circa 1200 miglia (1800 chilometri) di cui 900 a cavallo e 300 in barca; 60 località sede di tribunale. Nel 2008 è pubblicata una prima traduzione dell’Itinerarium, corredata da immagini di mappe e disegni coevi, da Roberto Bruni e Luisa Bellini e nel 2014 Gian Maria Varanini ne pubblica la trascrizione scientifica.